Disturbo Paranoide di Personalità

Il Disturbo Paranoide di Personalità (DPP) ha una prevalenza maggiore negli uomini. Le percentuali di diffusione nella popolazione generale sono sottostimate perché spesso il disturbo si presenta sotto la veste di una permalosità e suscettibilità accentuata che non permette ai familiari di vederne l’aspetto psicopatologico. Inoltre, la ben nota difficoltà di questi pazienti a fidarsi di qualcuno e la conseguente riservatezza, li portano ad essere reticenti verso i trattamenti psicologici.

Elementi caratterizzanti il disturbo paranoide di personalità sono la presenza di una pervasiva diffidenza e sospettosità nei confronti degli altri al punto che le loro intenzioni sono interpretate come malevoli. Tali modalità di pensiero si manifestano entro la prima età adulta in una varietà di contesti. (DSM-5, 2013).

Interessante è la classificazione proposta da Millon (1999) che inquadra il soggetto paranoide, in base alle esperienze di sviluppo, in tre sottotipi principali: 1) paranoide narcisistico, soggetti cresciuti con una difficoltà nelle abilità sociali e che si rifugiano in uno stile di dispettosa onnipotenza; 2) paranoide antisociale, soggetti che hanno vissuto in un clima di costante minaccia e di violenza, e che hanno sviluppato un pattern comportamentale di rifiuto delle regole e del contatto con gli altri; 3) paranoide ossessivo, soggetti che aderiscono a rigide regole di comportamento che adottano anche nei confronti degli altri.

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Il DSM-5 descrive il paranoide come un soggetto che sospetta, senza motivo, di poter essere sfruttato, danneggiato o ingannato dagli altri, dubita dell’affidabilità di amici, colleghi e della fedeltà del proprio partner sessuale. Per questo motivo è molto riservato e teme che le informazioni possano essere usate contro di lui. La minaccia continua di poter essere tradito o deriso dagli altri, lo porta ad interpretare anche eventi benevoli o neutri come minacciosi. Si arrabbia quando viene offeso e difficilmente dimentica il torto subìto tanto da reagire e contrattaccare con rabbia. Il paranoico vive costantemente in un rapporto di agonismo con gli altri dove l’interesse principale è non mostrare la sua vulnerabilità fisica o psicologica.

La percezione che il paranoide ha del mondo e degli altri è di minaccia costante. Infatti i timori principali sono quelli di poter essere preso in giro, ridicolizzato oppure aggredito fisicamente e/o psicologicamente. Seppure il paranoide parta da un desiderio di appartenenza e sicurezza, la sua visione degli altri come “minacciosi”, lo portano a mettere in atto una serie di strategie di coping per evitare che gli altri possano sfruttarlo o ferirlo. In questo modo il desiderio di sicurezza non riesce a trovare realizzazione e, la conferma della sua teoria del mondo come minaccioso, rafforza il suo schema interpersonale patogeno.

Stati mentali e cicli interpersonali disfunzionali ricorrenti del Disturbo Paranoide

Dimaggio & Semerari (2003) descrivono i tre stati mentali principali del paziente paranoide e gli altrettanti conseguenti cicli interpersonali disfunzionali. Lo stato sospettoso è una condizione di costante allerta, caratterizzato da minaccia, paura, ansia e attivazione neurovegetativa. In tale stato il paziente ricerca attivamente e in maniera disfunzionale la vita sociale: anche se il paranoico cerca attivamente l’altro con l’idea di confutare i suoi timori, si relaziona a lui con l’obiettivo di provocarlo e irritarlo.

Il paranoico è in una fase di studio delle reazioni dell’altro: pone domande, costruisce trabocchetti allo scopo di smascherarlo. L’altro proverà fastidio e risponderà in maniera sgarbata o sarà sfuggente ed evitante nelle risposte. Questo confermerà lo schema del paranoide in una sorta di “Se è sfuggente, se è in difficoltà vuol dire davvero che mi nasconde qualcosa”. Il mondo relazionale del paranoico si riduce così drasticamente, a causa dell’allontanamento degli altri. Il paziente permane così in uno stato di isolamento relazionale costellato da tristezza e depressione.

Nello stato di ira funesta i sentimenti sono di minaccia, rabbia, ingiustizia subita, distacco e attivazione neurovegetativa. La sensazione è di distacco relazionale e di non appartenenza, che il paziente vive come qualcosa di non voluto da lui ma dagli altri in una sorta di coalizione. Il torto subito è di non poter godere di un’appartenenza al gruppo desiderata e meritata. Il paziente non comprende che sono stati invece i suoi comportamenti ad allontanare gli altri. Vive così in uno stato costante di minaccia che lo porterà ad essere attivamente aggressivo, portando gli altri ad allontanarsi ancora di più e incrementando la solitudine relazionale.

Il soggetto arriva così a transitare nello stato astenico dove permane il senso di minaccia che si accompagna ad una sensazione di bassa efficacia personale, distacco ed esclusione dalle relazioni interpersonali, astenia, paura e ansia. Questo rappresenta lo stato con meno presenza di sintomi della patologia ma, dal punto di vista clinico, può rappresentare un fattore di rischio per tentativi di suicidio o abuso di alcool. Il paziente è ormai completamente isolato e libero di rafforzare le sue credenze in totale abbandono. Possono emergere contenuti deliranti e, in casi gravi, il soggetto può perdere il contatto con la realtà e sviluppare temi deliranti anche nei confronti del terapeuta.

Bibliografia

American Psychiatric Association (APA), (2013). Manuale Statistico e Diagnostico dei Disturbi Mentali, trad. ita a cura di Biondi M. (2014), Raffaello Cortina Editore, Milano.
Dimaggio & Semerari (2003). I Disturbi di Personalità Modelli e Trattamento. Editori Laterza, Roma.
Millon T. (1999). Personality-Guided Therapy, John Wiley & Sons, New York.

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