Disturbi della comunicazione

La comunicazione è un aspetto essenziale della vita umana, tanto che “è impossibile non comunicare”. Con la nascita diventiamo soggetti attivi e dotati di capacità comunicative all’interno di una situazione relazionale che coinvolge le nostre primarie figure d’attaccamento e, nello stesso tempo, inconsapevolmente coinvolti in un continuo processo di acquisizione delle regole della comunicazione e del linguaggio, che può essere non verbale e verbale. Il primo è rappresentato dai gesti, l’atteggiamento posturale, l’intonazione, il volume, le pause della voce, la gestione di spazi e distanze, le espressioni del volto e costituisce l’aspetto maggiormente comunicativo del linguaggio. Il secondo utilizza segni linguistici e codici condivisi che formano parole, frasi e suoni articolati, producendo l’aspetto di contenuto nella comunicazione.

La padronanza di una lingua rappresenta una base imprescindibile nello sviluppo delle capacità di interazione, di pianificazione e di progettazione di comportamenti verso l’autonomia, la qualità della vita nelle relazioni sociali e affettive e come veicolo di cultura e storia.

Caratteristiche e cause dei disturbi della comunicazione

I disturbi della comunicazione hanno molte possibili espressioni, possono manifestarsi isolati o in comorbidità con altri disturbi quali disturbi d’ansia, disturbi dell’umore, disturbo da deficit di attenzione-iperattività, disturbi dell’apprendimento, enuresi, ritiro sociale. Spesso sono espressione di ansia, stress e paure sperimentati, in particolare in coincidenza di fasi di cambiamento della vita.

bambino-disturbi-comunicazione

Si possono manifestare difficoltà connesse alla comprensione linguistica e difficoltà connesse prevalentemente alla produzione corretta delle parole, oppure difficoltà relative al normale fluire e alla cadenza della voce, come la balbuzie. I disturbi della comunicazione possono avere anche origini principalmente di carattere psicologico-relazionali. Secondo l’ICD-10 il disturbo di linguaggio è una condizione in cui l’acquisizione delle normali abilità linguistiche è disturbata sin dai primi stadi dello sviluppo.

Il disturbo linguistico non è direttamente attribuibile ad alterazioni neurologiche o ad anomalie di meccanismi fisiologici dell’eloquio, a compromissioni del sensorio, a ritardo mentale o a fattori ambientali. È spesso seguito da problemi associati quali le difficoltà nella lettura e nella scrittura, anomalie nelle relazioni interpersonali e disturbi emotivi e comportamentali.

I disturbi specifici di linguaggio possono presentarsi con un ritardo nella comparsa delle singole parole, alterazione nella produzione dei suoni linguistici o anche difficoltà a livello lessicale, sintattico-grammaticale (la struttura della frase) o pragmatico. Alcuni campanelli d’allarme nella fascia d’età 18-30 mesi sono rappresentati da difficoltà di comprensione del linguaggio parlato, scarso uso di gesti o lentezza nello sviluppo del linguaggio. Praticamente si tratta di bambini che faticano a farsi capire o a comprendere e quindi a sostenere una conversazione.

Il trattamento dei disturbi della comunicazione

Il trattamento dei disturbi della comunicazione va impostando partendo dalle caratteristiche personali ed evolutive del bambino e può variare da caso a caso oltre che in base alla tipologia del disturbo specifico. Gli interventi includono logoterapia, terapie comportamentali, psicoterapia, parent training e anche una combinazione di questi diversi approcci. La psicoterapia e il sostegno alla famiglia sono fondamentali per fornire uno spazio di comprensione del disturbo stesso e di contenimento delle ansie e per favorire modalità di interazione e dinamiche funzionali a sostenere il bambino nell’approccio alle difficoltà e a promuovere risorse e strategie.

In alcuni casi, anche la logopedia assume un ruolo fondamentale, in quanto si occupa di attività dirette alla prevenzione, alla cura, alla riabilitazione e alle procedure di valutazione funzionale delle patologie del linguaggio e della comunicazione umana in età evolutiva. L’attività del logopedista è volta all’educazione e alla rieducazione di tutte le patologie che provocano disturbi della voce, della parola, del linguaggio orale e scritto e degli handicap comunicativi.

La maggior parte dei disturbi specifici di linguaggio si risolve col tempo, anche se le difficoltà nell’organizzazione del discorso possono continuare a presentarsi anche in età adulta. Tuttavia, è importante intervenire su questo tipo di problema perché i disturbi del linguaggio tendono ad “evolvere” in disturbi dell’apprendimento (lettura e scrittura). In particolare, le difficoltà di tipo fonologico possono avere come seguito una dislessia o una disortografia, mentre le difficoltà di comprensione verbale e di strutturazione delle frasi possono manifestarsi come disturbo della comprensione del testo. Prima di ogni intervento è importante ricorrere alla valutazione neuropsicologica in quanto in molti casi alla base dei disturbi di comunicazione si riscontra una difficoltà o una fragilità nelle funzioni cognitive.

Il disturbo espressivo del linguaggio

Il disturbo espressivo del linguaggio è caratterizzato da uno sviluppo inferiore del linguaggio rispetto alla norma e precisamente da difficoltà ad imparare parole nuove, nell’uso di determinati vocaboli, nelle congiunzioni dei verbi, nella produzione di frasi complesse, linguaggio limitato sul piano quantitativo, errori nell’utilizzare determinate parole, frasi molto corte e poco variegate, utilizzo limitato o grossolano di strutture grammaticali semplici, omissioni di parti importanti della frase, uso di parole in ordine insolito.

Il disturbo appare più frequente nei maschi in età prescolare, può favorire degli effetti negativi sulle situazioni sociali, sulle prestazioni scolastiche e, dunque, sull’autostima e l’autoefficacia del bambino/ragazzo, fino alla depressione nei casi più gravi. Inoltre, in alcune situazioni, al disturbo si associano disturbi dell’apprendimento, difficoltà di attenzione, crisi di rabbia, enuresi, scarso rispetto delle regole.

Il disturbo dell’espressione del linguaggio può essere acquisito, per cui la compromissione è legata a fattori neurologici seguenti un periodo di sviluppo normale, oppure il bambino può iniziare a parlare in ritardo e sviluppa competenze linguistiche in maniera lenta rispetto alla media. Tra le cause principali alcuni fattori genetici predisponenti, la presenza di lievi danni celebrali o ritardi di maturazione. Sono stati valutati anche dei fattori psicologici che possono incidere sulle cause e sul mantenimento del disturbo.

Il disturbo fonatorio del linguaggio

Il disturbo fonatorio del linguaggio viene definito come l’incapacità di utilizzare i suoni del linguaggio rispetto all’età, è molto più frequente nei maschi che non nelle femmine e generalmente non è accompagnato da anomalie fisiche. Si manifestano errori, omissioni, sostituzioni di suoni che risultano dunque inadeguati: anche in questo caso esistono gradi di gravità, da lieve a grave, in base all’impatto sul linguaggio. Le cause possono essere più di una, genetiche, perinatali, uditive.

Le conseguenze immediate del disturbo di fonazione sono il cattivo andamento scolastico e la scarsa interazione sociale, fino anche al disturbo da deficit di attenzione e iperattività, disturbo d’ansia di separazione e disturbo depressivo.

La balbuzie

La balbuzie fa parte dei disturbi della comunicazione, e in particolare della parola. Presenta vari gradi possibili di gravità e si manifesta attraverso interruzioni, ripetizioni, prolungamenti dei suoni, delle sillabe, delle parole, pause e blocchi all’interno di un discorso. L’esordio talvolta può seguire il verificarsi di situazioni traumatiche o comunque di cambiamento come la nascita di un fratello, il passaggio da un ciclo scolastico all’altro, separazioni, lutti, malattie in famiglia.

La ripetizione di parole, di sillabe, di frasi intere, esitazioni, prolungamenti e la frequente riformulazione della frase, sono fenomeni frequenti nelle prime fasi del linguaggio, sono segni discontinui presenti anche in bambini non balbuzienti, ma che è importante tenere sotto controllo. Si tratta di una ripetizione di sillabe senza tensione spasmodica o clonica, ma che in base alla risposta dell’ambiente, riguardo alle esitazioni e incertezze nella produzione dell’atto verbale (ansia dei genitori, urgenza nel correggere ogni errore o anomalia nel fluire del linguaggio) possono rinforzarsi e cronicizzarsi.

bambini-disturbi-comunicazione-balbuzie

Esistono inoltre delle conseguenze indirette del disturbo legate all’imbarazzo, all’ansia, alla paura di venire giudicati e derisi, problemi scolastici legati alla paura di balbettare davanti a tutti, fino all’ansia sociale.

Le cause sono generalmente multifattoriali, genetiche, ambientali, psicologiche e vi sono dei comportamenti secondari, legati a questo disturbo, come la fuga in un momento di difficoltà, movimenti fisici e strategie di astensione dal pronunciare una determinata parola o dall’incontrare determinate persone.

In genere il disturbo insorge intorno ai 30 mesi di età: ovviamente più la diagnosi è precoce, maggiori sono le probabilità di una remissione o un miglioramento. Tuttavia, come detto bisogna considerare la balbuzie come una difficoltà multidimensionale in quanto connotata da reazioni cognitive, emotive e comportamentali che hanno un forte impatto sullo sviluppo delle relazioni interpersonali, sul rendimento scolastico, sul benessere psicologico e sulla qualità della vita.

L’episodio di balbuzie compromette sia l’intenzionalità comunicativa ma anche il comportamento del bambino che utilizza strategie per nascondere la difficoltà, come evitamento del contatto oculare con l’interlocutore, movimenti repentini della testa, smorfie che non fanno altro che accrescere la sua ansia e l’incremento del balbettio. Per tutti questi motivi i bambini che soffrono di balbuzie vivono ogni giorno emozioni di rabbia, vergogna e paura.

L’approccio Cognitivo Comportamentale sottolinea che un ulteriore aspetto che si manifesta nella balbuzie in età evolutiva è la preoccupazione di parlare di fronte a una o più persone e che contribuisce al mantenimento e peggioramento del disturbo. Questo vissuto interiore deriva dal timore di essere oggetto di una valutazione negativa da parte dell’interlocutore. Diventa importante allora già in fase di valutazione del disturbo tenere in considerazione ogni fattore e variabile che potrebbe incidere al fine di intraprendere il trattamento più adatto al bambino. Una valutazione completa deve coinvolgere diversi aspetti:

  • identificare e stimare le variabili ambientali legate all’esordio, allo sviluppo e al mantenimento del disturbo
  • valutare il livello di gravità della balbuzie nei differenti contesti comunicativi (lettura ad alta voce, eloquio spontaneo, ecc.)
  • comprendere il grado di consapevolezza nel bambino della propria difficoltà e se questa interferisce significativamente con la sua intenzionalità comunicativa
  • identificare i pensieri e le credenze riguardanti la balbuzie e le emozioni a essi associate
  • verificare l’eventuale comorbidità con altri disturbi di natura emotiva e/o comunicativa
  • constatare la motivazione del bambino e della sua famiglia a intraprendere un trattamento
  • prevedere gli aspetti che possano influenzare il raggiungimento degli obiettivi terapeutici

Il trattamento Cognitivo Comportamentale delle balbuzie in età evolutiva si propone di supportare il bambino nel processo di modificazione di tutti quei pensieri disfunzionali e quelle emozioni negative legate alla balbuzie, occupandosi contemporaneamente di modificare i comportamenti disadattavi alla base della psicopatologia e la gestione degli aspetti emotivi associati.

Il mutismo selettivo

Il mutismo selettivo si manifesta attraverso l’incapacità di parlare in determinati luoghi o determinate situazioni sociali, mentre linguaggio è corretto solo in luoghi e situazioni in cui si sente a proprio agio. Perché venga diagnosticato i sintomi devono durare da almeno un mese; essi non dipendono da un ritardo mentale o handicap. Compare tra 1 e 3 anni d’età ed è riconosciuto chiaramente solo quando il bambino inizia la scuola materna o elementare: in questa fase il problema diventa maggiormente evidente, poiché egli si trova in contesti nuovi e diversi.

Il comportamento riservato, il rifiuto di parlare e la timidezza sono i primi segni che mostrerà un bambino affetto da mutismo selettivo: è importante notarli per evitare che si cronicizzino. Quando accade, il bambino parla solo con i suoi familiari e i suoi coetanei ma non con gli estranei e non a scuola, utilizzando spesso dei segni. Si tratta generalmente di bambini timidi, inibiti, ansiosi che vorrebbero parlare in tutte le situazioni ma non lo fanno per paura della reazione degli altri o di bloccarsi improvvisamente.

Bibliografia

  • American Psychiatric Association. Manuale diagnostico e statistico dei disturbi mentali – Quinta Edizione. A cura di Biondi M. Raffaello Cortina Editore, Milano 2014.
  • Isola L., Mancini F. (a cura di) “Psicoterapia cognitiva dell’infanzia e dell’adolescenza” Seconda Edizione Franco Angeli Editore, Milano 2007.
  • Lambruschi F., “Psicoterapia cognitiva dell’età evolutiva. Procedure di assessment e strategie psicoterapeutiche”. Edizioni Bollati Boringhieri, Torino 2014.
  • Vio C., Lo Presti G., “Diagnosi dei disturbi evolutivi. Modelli, criteri diagnostici e casi clinici”, aggiornato al DSM V, Edizioni Erickson, Trento 2014.

Ti potrebbe interessare anche